sabato 6 novembre 2021

 A proposito di linguaggio politico... 

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martedì 14 settembre 2021

 

La lettura protagonista nelle biblioteche di Roma

“Leggere sempre”, un festival in diretta streaming in occasione della Giornata Mondiale del Libro, il 23 e 24 aprile.
di Maria Squarcione

Non c’è niente da fare. Le biblioteche continuano ad essere i presìdi della lettura. O almeno ad essere considerate tali, anche se a tante altre funzioni potrebbero assolvere con lo stesso successo. Ed è così che il circuito delle Biblioteche di Roma “festeggia” il suo 25mo compleanno i prossimi 23 e 24 aprile con un festival in diretta streaming dedicato alla lettura, che si intitola “Leggere sempre, in collaborazione con AIE-Associazione Italiana Editori e la partecipazione di RomaEuropaFestival.

Con questo inno alla lettura, che avrà un carattere internazionale con la partecipazione di studiosi del settore in occasione della Giornata Mondiale del Libro, si vuole sottolineare che le biblioteche sono protagoniste nel garantire quel libero accesso all’informazione, alla conoscenza e alla cultura che crea le basi di una comunità. Comunità che oggi si è allargata a livello planetario, grazie ad una tecnologia user friendly, e che rappresenta potenzialmente un ulteriore e fondamentale strumento di diffusione di un’antica abitudine che, come ci dicono le statistiche, stenta ad essere praticata dalla maggior parte delle persone del nostro Paese e della nostra città. In un’Italia dove una famiglia su dieci non ha libri in casa (ISTAT, Produzione e lettura dei libri in Italia, 2018), dove la percentuale dei lettori che leggono almeno un libro all’anno è ferma al 40,6% e dove i frequentatori di biblioteche tra i 24 e i 35 anni sono circa il 16%, mentre tra i più giovani si arriva al massimo al 36%, l’abitudine alla lettura come strumento di passatempo, svago o fonte di sapere sembra veramente ridotto. Si leggerà “su Internet”, si potrebbe pensare. Eppure, i dati sull’analfabetismo funzionale in Italia, anche tra coloro che godono di un’istruzione superiore, sono tali da non confermare questa ipotesi, come dimostrano, secondo la recente indagine INVALSI, i 33 milioni di italiani, pari al 46,1% della popolazione, che si trovano in una condizione di “illetteralismo”, cioè non riescono a decodificare un brano di prosa.

Alla luce di questo tragico bilancio, iniziative come questa assumono certamente un significato ancora più importante, anche se evidentemente non bastano e non basta lo sforzo di diffusione della lettura che pure viene fatto tramite le biblioteche. È evidente che queste fondamentali strutture culturali territoriali devono essere investite di un ruolo diverso e maggiormente significativo ed incisivo, che implichi una funzione formativa per l’apprendimento informale degli utenti. Le biblioteche, soprattutto quelle di pubblica lettura sparse sul territorio e che si rivolgono ad un’utenza indifferenziata, hanno bisogno di riorientare la propria mission verso una dimensione learning a tutto campo, che sia in grado di intercettare quella domanda di cultura inespressa che pur esiste; devono cioè diventare luoghi che abbiano la capacità di stimolare bisogni formativi e culturali laddove assenti o di coglierli e alimentarli laddove latenti, senza per questo apparire come luoghi di “nicchia”, ma rivolgendosi alla massa della popolazione, anche adulta. Questa potrà abituarsi a considerare le biblioteche come destinazioni abituali per trascorrere del tempo, se queste saranno in grado di offrire attività “ibride” (dalla fruibilità di video, alla possibilità di acquisire competenze artigianali fino alla lettura collettiva o individuale di testi, passando per la formazione sul reperimento esperto delle informazioni), che realizzino il diritto fondamentale di ogni cittadino europeo alla formazione permanente lungo tutto l’arco della vita.

La potenziale capillarità di intervento sulle motivazioni delle persone allo sviluppo della cultura personale e quindi alla lettura può e deve essere l’obiettivo di qualunque servizio culturale che funzioni: è arrivato il momento che la città di Roma, normalmente così “distratta” nei confronti dei bisogni anche più elementari dei propri cittadini, si faccia carico di una visione ampia e di un’ altrettanto ampia ed efficiente capacità di realizzazione di obiettivi culturali fondamentali per la crescita dell’intera nazione. 

 La sapienza delle biblioteche

Nella learning society contesti come le biblioteche promuovono lo scambio e lo sviluppo culturale degli individui, supportano la loro capacità di resilienza e sostengono la costruzione del senso di comunità, che rappresentano fattori indispensabili per la crescita del capitale umano e, quindi, per il progresso socioeconomico generale.

di Maria Squarcione

Dalla centralità della macchina alla centralità dell’intelligenza

Il nuovo secolo si è aperto con la presa d’atto, anche da parte delle Istituzioni europee, che l’evoluzione e la diffusione delle nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione hanno investito tutti i settori delle attività umane, determinando il fenomeno dell’information overload, cioè dell’enorme sviluppo dell’offerta informativa. La “società dell’informazione” ha definitivamente soppiantato la società industriale otto-novecentesca, sostituendo alla centralità della macchina, la centralità dell’intelligenza. Questa trasformazione di portata epocale, insieme alla disponibilità di tecnologie sempre più amichevoli, ha contribuito a destrutturare le fonti della conoscenza che, oggi più che mai, ha smarrito il suo centro per articolarsi non più in forma gerarchica, ma reticolare. Questo processo ha radicalmente mutato le forme di produzione, accesso e diffusione delle conoscenze, determinando una società in cui il possesso, l’organizzazione, l’uso e la trasmissione dell’informazione assumono una crescente importanza economica, politica e culturale.

La progressiva smaterializzazione delle risorse informative a favore del digitale fa emergere modelli strutturali e culturali legati all’immaterialità dei valori, delle idee e dei simboli, alla creatività, all’apprendimento, alla comunicazione, alla conoscenza, che si traducono nel ridimensionamento dei connotati materiali delle organizzazioni: mettere al centro della struttura organizzativa la qualità delle risorse umane ha coinciso da una parte con i processi di globalizzazione economica e dall’altra con il riconoscimento che, nell’era dell’informazione, ci sono troppe conoscenze e troppe fonti dalle quali apprendere per esercitare appieno il proprio diritto alla cittadinanza. Diventa così centrale la capacità di gestire l’informazione, cioè di saperla cercare, valutare, usare e creare in modo consapevole: sapersi documentare e conoscere gli strumenti che permettono di farlo mette il cittadino-utente nelle condizioni di operare scelte personali e sociali efficaci in una società complessa che richiede solide competenze, pena l’esclusione e la marginalità sociale.

Il protagonista di questa nuova “società della conoscenza” nella quale viviamo immersi è un individuo autonomo, vero soggetto della formazione permanente (Lifelong Learning), in grado di aggiornarsi costantemente, utilizzando saperi e tecnologie che sono alla base del processo di individualizzazione dei meccanismi di apprendimento, necessari per la propria sfera personale o pubblica, utili per acquisire nuove competenze di lavoro più volte nel corso della propria vita e grazie ai quali solo chi non avrà mai smesso di imparare sarà in grado di competere.

Le Istituzioni europee hanno interpretato questa transizione culturale già dal 2006, quando venne pubblicata la prima Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente”  dove si elencavano e descrivevano otto competenze-chiave per affrontare il nuovo Millennio da parte dei cittadini che, grazie alla formazione lungo tutto l’arco della vita, dovevano adattarsi «in modo flessibile a un mondo in rapido mutamento e caratterizzato da forte interconnessione». Tra queste otto abilità era compresa la competenza digitale, tra le cui specifiche vi era proprio la capacità di «cercare, raccogliere e trattare le informazioni e di usarle in modo critico e sistematico, accertandone la pertinenza e distinguendo il reale dal virtuale pur riconoscendone le correlazioni». Questo documento è stato successivamente aggiornato con la pubblicazione, nel maggio del 2018, di una nuova “Raccomandazione del Consiglio relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente” che, rispetto alla precedente, attua una forte accelerazione nella direzione dell’acquisizione, da parte dei cittadini europei, della capacità di resilienza e del pensiero critico e aggiorna le otto competenze «che consentono di partecipare pienamente alla società». Tra queste figura ancora quella digitale, che include «l’alfabetizzazione informatica e digitale, la comunicazione e la collaborazione, l’alfabetizzazione mediatica, la creazione di contenuti digitali (inclusa la programmazione), la sicurezza (compreso l’essere a proprio agio nel mondo digitale e possedere competenze relative alla cybersicurezza), le questioni legate alla proprietà intellettuale, la risoluzione di problemi e il pensiero critico». Nello stesso documento, al fine di una diffusione massiccia di queste capacità tra la cittadinanza europea, il Consiglio dell’Unione Europea raccomanda alle organizzazioni educative di adottare forme diverse e più innovative di istruzione, tese a favorire oltre all’apprendimento formale, quello non formale e quello informale, a sostegno della realizzazione personale, della salute, dell’occupabilità e dell’inclusione sociale, in una società sempre più mobile e digitale.

Un nuovo piano sociale per l’inserimento al lavoro

A fronte di questo scenario, e preso atto delle raccomandazioni europee, sarebbe auspicabile che le istituzioni locali, meglio se in sinergia con quelle nazionali, ognuna per le proprie competenze, promuovessero ed attuassero un nuovo piano sociale per l’inserimento al lavoro e l’occupabilità, che tenesse conto della interazione con una società dove il valore umano della conoscenza e del sapere è diventato il motore determinante della crescita individuale e collettiva.

Mettere insieme i temi del lavoro e dell’inclusione con la questione della formazione e dell’informazione significherebbe, tra le altre cose, esprimere la volontà di promuovere la cultura informativa a tutti i livelli, per incentivare l’aggiornamento, per esempio in favore delle piccole e medie imprese o per migliorare i servizi erogati dalla Pubblica Amministrazione. Ma sarebbe utile anche a creare una rete pubblica di sostegno formativo per l’impulso, ad esempio, all’autoimprenditorialità (come forma di welfare destinato alla valorizzazione del capitale umano e quindi alla crescita strutturale di iniziative individuali e collettive, soprattutto fra i giovani, fornendo un contenuto concreto al patto di servizio personalizzato); all’attività e all’occupazione degli over55, nell’ottica dell’invecchiamento attivo; all’inserimento socio-lavorativo degli immigrati. L’impulso politico, la sinergia istituzionale e la disponibilità di modelli e strumenti formativi all’avanguardia sono tutti elementi indispensabili ai fini di una iniziativa che favorisca le politiche attive di qualificazione e riqualificazione del mercato del lavoro e che contribuisca al governo di fenomeni come l’integrazione degli emigrati, la resilienza aziendale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

Inoltre, il persistere in Italia e in Europa di formazioni populiste testimonia, oltre alla crisi dei partiti tradizionali, il deterioramento di una opinione pubblica stordita dall’emergenza sanitaria e dall’aggravarsi delle diseguaglianze sociali e dalla carenza di lavoro; impaurita dal fenomeno epocale dell’emigrazione e bombardata da un eccesso informativo, rispetto al quale non è più in grado di orientarsi e che quindi non riesce sempre a trasformare in una risorsa. La situazione è aggravata anche dall’assenza generalizzata di strumenti culturali considerati di base, come dimostrano le allarmanti statistiche italiane sulla diffusione massiccia dell’analfabetismo funzionale, anche fra i laureati, che contribuisce ad esasperare questo disorientamento, rendendo vasta parte della collettività meno attrezzata preda di messaggi semplicistici e spesso falsi, che non vengono riconosciuti come tali e sulla base dei quali si formano opinioni e si prendono decisioni.

Per arginare fenomeni come la “post-verità” e ulteriori derive che rischiano di alterare in modo negativo l’intero quadro politico ed istituzionale, in quanto producono un livellamento in basso disastroso e pericoloso della classe dirigente e per realizzare vera innovazione sociale, dopo la crisi pandemica, attraverso iniziative di imprenditoria sociale, di rinnovamento della P.A. e d’inserimento nel mondo del lavoro è necessario che, oltre alle agenzie formative tradizionali, le stesse forze istituzionali e politiche promuovano iniziative diffuse di vera e propria alfabetizzazione informativa (Information Literacy), come per esempio ha fatto l’ex  presidente degli USA, Barack Obama. Egli già nel 2009 ha emanato una proclamazione nazionale con la quale dichiarava ottobre di oltre dieci anni fa, il mese della consapevolezza nazionale sull’Information Literacy. Con questo atto formale il presidente Obama raccomandava la diffusione tra il popolo americano della competenza informativa, considerata una skill di base del Terzo Millennio, pena l’esclusione e la marginalità sociale; egli sottraeva così definitivamente questo tema dal chiuso delle nicchie accademiche ed educative, per farne oggetto di una grande iniziativa politica e rendendolo una delle più importanti questioni sociali del nuovo Millennio.

Il nuovo ruolo delle biblioteche

Tenendo presente queste premesse, anche in Italia le istituzioni direttamente interessate – da quelle locali come la Città Metropolitana di Roma, Roma Capitale e la Regione Lazio, a quelle nazionali come l’Agenzia per l’Italia Digitale, il Ministero dell’Istruzione, il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Cultura, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – potrebbero promuovere, con una efficace campagna di comunicazione, politiche formative, informative e buone pratiche sulla diffusione della cultura dell’informazione tra la popolazione, anche a fronte delle necessità conoscitive scatenate dalla pandemia, che vadano nella direzione di un coinvolgimento comune, rendendo omogeneo e sistematico uno sforzo che per ora è presente solo in forme molto marginali.

Tra le istituzioni educative che si dimostrano maggiormente flessibili e in grado di interpretare al meglio questa molteplicità di sollecitazioni emerse nella kwnoledge age di questo nostro Terzo Millennio, rivelandosi come i luoghi idonei per favorire lo sviluppo della cultura dell’informazione, ci sono le biblioteche. Nella learning society contesti come le biblioteche promuovono lo scambio  e lo sviluppo culturale degli individui, supportano la loro capacità di resilienza e sostengono la costruzione del senso di comunità, che rappresentano fattori indispensabili per la crescita del capitale umano e, quindi, per il progresso socioeconomico generale.

Esse, in modo differente e “a macchia di leopardo” a seconda delle istituzioni di riferimento e del territorio, hanno gradualmente acquisito nuove funzioni, trasformandosi in learning and teaching libraries: hanno cioè ampliato il loro tradizionale ruolo di mediazione informativa in quello di organizzazioni di accesso all’informazione e al sapere. Una “rivoluzione copernicana” che le vede trasformarsi di fatto da luoghi fisici, dove conservare la documentazione posseduta in attesa dell’eventuale richiesta da parte degli utenti, secondo il modello del just in case, in luoghi fisici, elettronici, virtuali e digitali di diffusione dell’informazione e della conoscenza ovunque dislocata e raggiungibile in tempo reale, a domanda dell’utente, secondo la logica del just in time. Si tratta cioè di quella capacità che permette di interpretare la transizione dall’attività di mediazione informativa dell’era analogica verso una dimensione che, nel contesto digitale, favorisce l’apprendimento individuale e collaborativo, per sapere non solo dove trovare un’informazione, ma anche quando e perché se ne abbia bisogno, come valutarla e come usarla e comunicarla in modo etico. Le soft skills necessarie a questo scopo – ovvero le abilità indicate dall’Unione Europea – sono l’oggetto dell’Information Literacy, cioè della competenza informativa, che talora si pratica nelle biblioteche come un servizio specialistico aggiuntivo rispetto al tradizionale reference, cioè l’assistenza documentaria personalizzata all’utente.
Da questo nuovo paradigma scaturiscono servizi innovativi, che rendono le biblioteche dei learning centre, adatti a soddisfare anche quel diritto di cittadinanza alla lifelong learning di cui gode ogni cittadino europeo. Agendo modalità formative non convenzionali, sganciate dagli ambienti didattici tradizionali, come quelle informali e non formali, suggerite dalle Istituzioni europee per ampliare l’offerta di formazione a beneficio di ciascuno, esse allargano la loro vocazione all’educazione degli utenti: nelle biblioteche si promuovono corsi ad hoc destinati a sviluppare la competenza informativa, con lo scopo di rendere più efficiente l’attività di ricerca, educando gli utenti a documentarsi, cioè a selezionare le fonti informative in funzione degli obiettivi di ricerca, a interrogare in modo esperto le risorse di rete, a valutare i risultati della ricerca e a trasformare questi ultimi in un patrimonio condivisibile di conoscenze, oltre che a soddisfare in modo efficiente il proprio bisogno informativo.

Questa pratica che educa al pensiero critico, qualora fosse diffusa in modo omogeneo e strutturale e venisse riconosciuta come un cómpito istituzionale delle biblioteche, rappresenterebbe un argine di razionalità, utile anche per fronteggiare il dilagare delle fake news, che nascono dall’idea che l’aspetto emotivo dei fatti è più importante dei fatti stessi.

Infine, questo processo di conversione delle biblioteche da “teche” a servizi informativi dinamici passa anche attraverso l’evoluzione verso un modello partecipativo, non ancora pienamente realizzato, che prevede la centralità degli utenti: secondo questo schema, essi non sono più considerati solo come destinatari “passivi” di vecchi e nuovi servizi, ma assumono un ruolo attivo che li vede potenzialmente protagonisti, fino all’eventuale co-produzione di contenuti, attraverso piattaforme informatiche, grazie alle quali possono collaborare. Gli utenti, inseriti come sono oggi in un paradigma culturale ed europeo open che riguarda sia la ricerca (Open Science), sia i dati (Open Data), sia l’accesso alle risorse di rete (Open Access), se sostenuti da organizzazioni culturali come i sistemi bibliotecari orientati alla collaborazione attiva, potrebbero esercitare anche la loro facoltà di partecipare alle attività di Citizen Science, sancita dalla Comunità Europea.

La Citizen Science è indicata come la partecipazione volontaria di scienziati non professionisti alle attività di ricerca ed innovazione, in diverse fasi del processo e a diversi livelli di impegno: dalla definizione di programmi e politiche di ricerca, alla raccolta, elaborazione e analisi dei dati e alla valutazione dei risultati della ricerca. L’impegno attivo con i cittadini e la società potenzialmente migliora la ricerca e i suoi risultati, rafforzando la fiducia della società nella scienza e nella ricerca, oltre a migliorare l’alfabetizzazione scientifica tra il pubblico e la trasparenza nei suoi confronti da parte degli scienziati.

La proposta

Dunque, per rendere concrete possibili iniziative tese alla partecipazione strategica di strutture culturali come le biblioteche alle più avanzate prospettive di crescita e di innovazione, è necessario ri-orientarne la mission, rendendole soggetti e, nello stesso tempo, destinatarie di attività di advocacy, destinate a promuovere ed interpretare una politica culturale all’avanguardia.

Gli strumenti per arrivare a questo risultato sono culturali ed organizzativi insieme: sarebbe necessario favorire tavoli comuni tra i sistemi bibliotecari delle singole amministrazioni – nel nostro caso almeno tra quelli delle Università presenti sul territorio romano, quelle statali e il circuito delle Biblioteche di Roma – intorno a progetti avanzati che riguardano i temi citati dell’Information Literacy e della Citizen Science e nello stesso tempo sarebbe auspicabile promuovere azioni di: aggiornamento professionale; progettualità per l’adozione degli strumenti formativi informali e non formali, favorendone l’uso e sperimentando le possibili pratiche formative dei social network; sviluppo delle competenze del management della conoscenza, del lavoro in team, del marketing finalizzato alla gestione dell’ampliamento dei pubblici e dell’audience; creazione di validi circuiti comunicativi; incremento di attività progettuali che coinvolgano partner europei, in modo da creare solide reti di relazioni internazionali.

Queste ed altre attività, come l’aggregazione nelle biblioteche di funzioni legate non solo alle esigenze di lettura, di aggiornamento e ricerca, ma anche a quelle manuali, artigianali, di svago e di condivisione, coerentemente con la mission, gli spazi e con i territori di riferimento, insieme alla riorganizzazione dei sistemi bibliotecari centrata sugli obiettivi culturali e sulla corretta gestione delle risorse, possono favorire la dimensione delle biblioteche come piattaforme della conoscenza in tutte le sue forme, favorendo così la ripresa culturale ed economica dopo la crisi della pandemia.

giovedì 31 ottobre 2013

La Sapienza delle biblioteche



Si tratta della copertina del volume da me scritto "La Sapienza delle biblioteche", uscito in formato cartaceo a ottobre 2013, per i tipi della SEU-Società Editrice Universo.

mercoledì 26 settembre 2012

Scuola: torna il concorsone....

La scuola italiana riprende il reclutamento dei professori per la prima volta dal 1999, e nonostante l’abbondante decennio trascorso, lo fa con i soliti metodi che ripropongono le solite contraddizioni. Un paio di esempi: se si avverte l’esigenza (sacrosanta) di svecchiare il corpo docente scolastico, perché si escludono dalla partecipazione i laureati dal 2003 al 2012? Se si intende privilegiare il merito - che, in assenza di criteri che lo definiscano precisamente, si configura anche come esperienza concreta acquisita nelle aule - perché si obbligano a sottoporsi alle prove odierne coloro (circa 200.000) che insegnano da “precari regolari”, molti dei quali già abilitati, azzerando così le differenze con gli altri candidati e generando conflitti sociali? Per non parlare poi del mancato riordino concorsuale che riguarda i professori di religione - e della legittimità di tale insegnamento in una società che si professa laica e multietnica - ancora ad esclusivo appannaggio della chiesa cattolica o del discutibile criterio che attribuisce ad un test preselettivo la possibilità di accedere alle prove per l’esercizio di una attività la cui peculiarità, a prescindere dalla disciplina insegnata, è la gestione critica della complessità. Allora, forse, il nodo, al netto delle polemiche sindacali in atto e dei ricorsi già previsti all’indomani della pubblicazione del bando, è nel metodo. Forse nel terzo millennio è la logica del “concorsone” a dover essere superata; forse nella società della conoscenza e della formazione permanente il reclutamento del personale docente andrebbe strettamente legato al suo percorso formativo post-universitario, riconoscendo finalmente alla “didattica” un proprio status, diversificato a seconda del livello scolastico, che si avvalga di tecniche e di logiche proprie e specifiche, da studiare, acquisire e praticare. Una specializzazione insomma che all’ingresso possa prevedere una seria valutazione anche sulle attitudini psicologiche all’insegnamento, oltre che propriamente culturali, dell’aspirante docente, selezionato anche durante la frequenza. Un esame finale, fatto solo di prove teorico-pratiche nelle aule, a contatto con gli studenti, finalizzato a mettere in evidenza anche le qualità pedagogiche del docente, dovrebbe servire a stilare una graduatoria di merito, in base alla quale “vincere” la cattedra. Tentativi di scuole post-universitarie, destinate alla preparazione all’insegnamento sono stati fatti con l’istituzione delle SSIS, Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, regionali e interateneo, attivate nel 1999 e chiuse nel 2009, attualmente sostituite dal TFA-Tirocinio Formativo Attivo. La direzione è giusta ma, prive di quella logica che mette al centro della preparazione del docente il vero attore della scuola, lo studente, si sono attestate e si attestano sulle solite logiche parossistiche di selezione da test sui “contenuti” e di accesso sostanzialmente basato sul censo. La scuola italiana dunque, vero motore della crescita economica e della rinascita culturale di questa Nazione, deve essere investita da una vera e propria rivoluzione copernicana, preparata da una trasformazione radicale nella sua struttura: una minima anticipazione e contrazione del ciclo primario; un ampliamento della scuola secondaria di primo grado, vero asse portante della formazione di base della popolazione; il quinquennio del ciclo superiore caratterizzato da una didattica strutturata non più per classi statiche, ormai del tutto anacronistiche, ma in base a corsi di materie fondamentali e propedeutiche, a seconda dell’indirizzo scelto. Insieme all’ampliamento e alla modernizzazione dell’offerta didattica si otterrebbe così finalmente una scuola laica, scevra da ideologismi, seriamente orientata alla persona, in grado di garantire una solida e diffusa cultura di base e di riconoscere e preparare le eccellenze, sanando il gap con le altre nazioni europee, in virtù di insegnanti “maestri”, non reduci da “libro Cuore”, ma pedagoghi professionisti degli anni 2000 che, grazie alle nuove tecnologie e favoriti da una efficace rete di servizi culturali (che non c’è), potrebbero così essere messi in grado di promuovere l’interesse, l’attenzione e, perché no, l’amore per la cultura nei propri allievi.

mercoledì 7 gennaio 2009

de-regulation: delle biblioteche e dei diritti lesi

La notizia come al solito è di quelle di nicchia: la biblioteca nazionale centrale di Roma semplicemente chiude un servizio - la distribuzione pomeridiana, tutta la ditribuzione per tutti i pomeriggi della settimana - come si può leggere da un comunicato preso dal sito della biblioteca http://www.bncrm.librari.beniculturali.it/ita/distribuzione3.html.
Ora, nonostante le promesse dell'attivazione di un sistema on line di prenotazione e l'incitamento nei confronti dell'utenza a far pressione affinchè i tempi di realizzazione del suddetto sistema siano i più brevi possibile, stupisce che un servizio fisiologico e di primaria importanza per una biblioteca (non soffermiamoci poi sullo scandaloso dettaglio che trattasi solo della nazionale di Roma) sia stato affidato ai volontari del servizio civile, che dovrebbero essere destinati solo a compiti di "affiancamento e supporto", come recita l'apposito regolamento. Stupisce altresì che in questa nazione non esista una cultura del servizio - almeno quello pubblico - tale da rendere ovvia la considerazione che i servizi culturali abbiano lo stesso livello di priorità degli altri servizi sociali, fino a quelli sanitari. Stupisce che non ci si renda conto e non si dia il giusto peso al fatto che la chiusura in blocco di un servizio culturale rappresenti semplicemente la menomazione di un diritto ancora garantito costituzionalmante: il diritto allo studio. Certo, siamo fra le poche nazioni che ancora non hanno trasformato in legge l'indicazione europea sulla tutela del diritto alla formazione permanente degli adulti, la cosiddetta lifelong learning. E' chiaro che senza servizi culturali - o con servizi che coincidono con l'orario di apertura degli uffici - sarebbe difficile attuarla una legge, qualora ci fosse. Insomma manca la legge, manca la cultura orientata al servizio. Ce n'è abbastanza per farne una battaglia politica che investa molti ambiti e che potrebbe essere lo spunto per correggere e dialogare , nella direzione di "un'amministrazione colloquiale", con l'attuale cultura dei fannulloni.